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Andrew Carnegie (Dunfermline, 25 novembre 1835 – Lenox, 11 agosto 1919) è stato un imprenditore e filantropo scozzese naturalizzato statunitense.
Come imprenditore guidò l'enorme crescita dell'industria dell'acciaio che portò gli Stati Uniti a primeggiare nella produzione dal primo Novecento, diventando uno degli uomini d'affari statunitensi più ricchi della storia. Negli ultimi decenni di vita si dedicò a un'attività filantropica che consistette in opere culturali, con la fondazione di università, biblioteche e musei (anche all'estero), e opere di carità. In vita donò quasi il 90% della sua fortuna accumulata.[1]
Carnegie fu noto anche per la sua durezza nei confronti delle rivendicazioni sindacali dei suoi lavoratori, che talvolta sfociarono anche in scontri con morti e feriti.
Andrew Carnegie ha rappresentato una figura emblematica del sogno americano: egli, infatti, partì giovanissimo dalla natia Scozia per andare negli Stati Uniti in cerca di fortuna, e, dopo avere svolto vari lavori, alcuni dei quali molto umili e faticosi, riuscì ad arricchirsi grazie al suo talento negli affari. Per questi motivi alcuni hanno individuato in Carnegie una sorta di ispirazione per il personaggio di Paperon de' Paperoni[2].
Nel 1848, con la famiglia, emigrò ad Allegheny, una cittadina negli Stati Uniti che nel 1907 sarebbe stata annessa a Pittsburgh (Pennsylvania). Cominciò a lavorare a tredici anni per un cotonificio, per poi passare attraverso una serie di lavori con la Western Union e alla Pennsylvania Railroad. Nel 1865 fondò la sua società, la Carnegie Steel Company, che avrebbe fatto di Pittsburgh la capitale dell'industria siderurgica e di Carnegie uno degli uomini più ricchi del mondo.
Nel giugno 1889 pubblicò The Gospel of Wealth[3]("il Vangelo della ricchezza"), articolo nel quale invocò il dovere, da parte dei più abbienti, di utilizzare la propria ricchezza per migliorare la società (concetto assimilabile alla teoria del "trickle-down"), difese il concetto di meritocrazia economica e criticò, invece, quello di eredità. Si pronunciò anche a favore della tassazione progressiva e dell'imposta sull'eredità patrimoniale come mezzi di redistribuzione della ricchezza.
Nel 1892, tra il sindacato Amalgamated Association of Iron and Steel Workers e la Carnegie Steel Company, scoppiò lo scontro dell'Homestead Strike, in cui morirono sette operai. Nel 1893, dopo dei moti di ribellione sindacali che smossero i lavoratori americani, la Carnegie Steel Company chiese l'intervento armato contro i propri lavoratori per impedire la formazione di un sindacato. In questo intervento quindici operai rimasero uccisi.
Nel 1900 sostenne la fondazione della National Negro Business League, un'organizzazione americana fondata a Boston nel 1900 da Booker T. Washington per sostenere gli interessi delle imprese afroamericane[4][5][6]
All'età di sessantacinque anni, Carnegie vendette le sue società al banchiere J.P. Morgan per 480 milioni di dollari, e dedicò il resto della sua vita alle attività filantropiche e alla scrittura, prima di morire a Lenox (Massachusetts). Nel corso della sua vita donò 350 milioni di dollari per opere filantropiche; 59 milioni furono usati per finanziare o cofinanziare la costruzione di 2.509 biblioteche, mentre il resto finì in musei, università e fondazioni quali la Carnegie Corporation, la Carnegie Hall, la Carnegie Foundation e il Carnegie Endowment for International Peace. Egli comprò la biblioteca di Lord Acton, consistente in 59.000 volumi, alcuni con sue annotazioni, e composta da alcuni manoscritti rari, e donò il tutto all'università di Cambridge.
Andrew Carnegie fu un uomo molto ricco: secondo una comparazione effettuata dalla rivista online AskMen il suo patrimonio (rivalutato in dollari del 2008) sarebbe il secondo più alto di sempre[7], e, secondo Forbes, ha raggiunto il quinto patrimonio più alto in rapporto al prodotto interno lordo statunitense.[8]
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