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Tradizionalmente di parte angioina, conquistarono il predominio tra le famiglie aquilane con Lalle I Camponeschi nel 1345, governando poi la città fino alla fine del XV secolo, similmente a quanto avvenne con i Medici a Firenze, gli Scaligeri a Verona e gli Sforza a Milano, venendo stimata, rispettata e temuta dalle altre casate del Regno di Napoli e dagli stessi sovrani napoletani e spagnoli[5]. Ressero inoltre numerose terre, tra cui la contea di Montorio, fino all'estinzione del ramo di Pietro Lalle Camponeschi nel XVI secolo; la primogenita di quest'ultimo, Vittoria, si legò in seconde nozze ai Carafa ed ebbe come figlio Gian Pietro Carafa, futuro papa Paolo IV, cui trasmise per discendenza la contea e i territori annessi[6]. Rimase il ramo originatosi da Marino, che si estinse nel XVII secolo confluendo nelle famiglie Alfieri e Pica; Lucrezia Camponeschi ne fu l'ultima discendente[7].
Storia
Origini
San Vittorino, anticamente denominato Amiterno, dove ebbe origine la famiglia Camponeschi
La famiglia si ritiene derivi dai Conti dei Marsi, i cui primi membri dimoravano nelle terre camponesche possedute in feudo, un vasto territorio che si estendeva tra Accumoli, Amatrice e Cittareale, citato sul Catalogus baronum già nel XII secolo[8]. Sebbene la genealogia documentata faccia capo a Matteo[A 2], attestato nel 1283, i cui figli Lalle, Matteo e Giovanni (Gianni)[A 3] furono ricchi feudatari, la casata trasse il nome dal capostipite Camponesco vissuto nel 1146[9]. Questi, come chiarì lo storico Claudio Crispomonti, edificò il castello Camponesco (trattavasi di Villa Camponeschi, contemporanea frazione del comune di Posta), conferendogli il proprio nome ed estendendolo ai territori limitrofi, oltre che agli stessi abitanti, popolarmente denominati camponisci[10]. Prima ancora, la linea ancestrale del casato era radicata nell'antica Amiterno (San Vittorino), dove anni innanzi, verso la fine del XIII secolo, è documentata la presenza di uno dei suoi più noti esponenti, ossia Rinaldo, arciprete della chiesa locale, figlio di Todino, da cui derivò il patronimicoDell'Arciprete con il quale sono indicati i Camponeschi in quel periodo[11].
In seguito alla fondazione dell'Aquila, i Camponeschi si affermarono come famiglia espressione del ceto mercantile e borghese della città, in antagonismo ai Pretatti, sostenitori del feudalesimo; in questa sanguinosa guerra tra fazioni, si distinse Lalle I Camponeschi, figlio di Giovanni (Gianni), che riuscì ad avere la meglio sia sui Pretatti che sul rivale Bonagiunta di Bonagiunta di Poppleto, conquistando di fatto, nel 1345, il predominio cittadino[12]. Da quel momento, e per circa un secolo e mezzo, i Camponeschi governarono la città, esplicitando un'autorità simile a quella di cui godevano i Medici a Firenze, gli Scaligeri a Verona e gli Sforza a Milano, venendo stimata, rispettata e temuta dalle altre casate del Regno di Napoli e dagli stessi sovrani napoletani e spagnoli[5].
Il figlio di Lalle I, omonimo e conosciuto come Lalle II, continuò a dominare la città quale esponente dei Camponeschi; per assicurarsi la sua fedeltà, la regina gli confermò i titoli del padre compreso quello di gran connestabile, sebbene Lalle II si schierò dalla parte di Carlo III d'Angiò-Durazzo durante la crisi dovuta allo scisma d'Occidente, salvo poi tornare sui suoi passi al termine del conflitto, appoggiando Luigi II d'Angiò-Valois[3].
La città, schieratasi largamente con i Durazzo, insorse contro Lalle II e, alla morte di quest'ultimo il 21 giugno 1383, si rivoltò ferocemente contro la moglie Elisabetta Acquaviva e gli otto figli[3]. Ne fece le spese Marino, mentre il primogenito, Giampaolo (che aveva ereditato il titolo di conte di Montorio), si salvò a stento[3]. Desideroso di conquistare L'Aquila, Ladislao d'Angiò-Durazzo, erede dei Durazzo, adescò dunque un altro figlio di Lalle II, il capitano di venturaAntonuccio che combatté per lui in Ungheria; alla morte di Ladislao, nel 1414, fu esiliato dalla città per mano di Giovanna II d'Angiò-Durazzo potendovi fare ritorno solamente nel 1422[3]. Due anni dopo difese vittoriosamente la città dall'assedio di Braccio da Montone nell'ambito della guerra dell'Aquila[3].
Alla morte di Antonuccio, il titolo di conte di Montorio passò ad un'altra personalità illustre del casato, Luigi (o Ludovico) I, detto il Conte grasso per la sua corporatura; questi prese in sposa Angelella Marzano – sorella di Giovanni Antonio, duca di Sessa, e di Maria, prima promessa sposa di Luigi II d'Angiò-Valois e poi moglie di Nicolò da Celano – , accrescendo così il prestigio familiare[15]. Al 1442 risale un editto di Alfonso V d'Aragona in cui conferma la contea di Montorio a Luigi II Camponeschi, figlio maggiore di Battista, fratello di Luigi I; alla morte di Luigi II, nel 1457, la contea passa a Pietro Lalle Camponeschi, suo figlio[16].
Ultimi avvenimenti con Pietro Lalle ed estinzione della casata
Pietro Lalle, continuando nel solco della tradizione angioina della famiglia, portò L'Aquila a prendere parte attiva nella congiura dei baroni ribellandosi a re Ferrante d'Aragona[3]. Fu tuttavia sconfitto e perse tutte le sue terre; in seguito alla sua carcerazione, il controllo della città passò ai Gaglioffi che nel 1485, nel tentativo di liberarsi dal giogo aragonese, misero in atto un tentativo di secessione e dichiararono la città sotto la protezione di papa Innocenzo VIII; allorché il Ferrante liberò Pietro Lalle e, approfittando di una temporanea pace tra gli schieramenti, placò la rivolta, salvo poi perpetuare, tra il 1492 e il 1493, una dura e sanguinosa rappresaglia che colpì duramente le casate ribelli[3].
Sposato con Maria Pereira Noroña, discendente diretta di Enrico II di Castiglia, Pietro Lalle ebbe solo figlie femmine, delle quali Beatrice morì prematuramente a soli quindici mesi; ad essa e alla madre è dedicato il mausoleo situato nella basilica di San Bernardino, realizzato dallo scultore Silvestro dell'Aquila[17]. La prima figlia di questi, Vittoria, si legò in seconde nozze ai Carafa ed ebbe come figlio Gian Pietro Carafa, futuro papa Paolo IV, cui trasmise per discendenza la contea e i territori annessi; con lei quindi si estinse nel XVI secolo il ramo dei conti di Montorio[18]. La casata continuò a vivere con il ramo originatosi da Marino, che si estinse nel XVII secolo confluendo nelle famiglie Alfieri e Pica; Lucrezia Camponeschi ne costituì l'ultima discendente[7].
Ciononostante, il cognome Camponeschi continuò a comparire altrove, come a Giulianova e Teramo, ma si trattava di discendenti di famigli che avevano prestato servizio presso la casata, ai quali per riconoscenza era stato concesso l'uso di tale appellativo[19].
Albero genealogico
Di seguito è riportato l'albero genealogico della famiglia a partire da Matteo Camponeschi[A 2], attestato nel 1283[A 4]:
Altra versione dello stemma della famiglia Camponeschi
La blasonatura dello stemma della famiglia Camponeschi è d'argento ai cinque monti d'azzurro e costituiva l'arme di un capitano siciliano di nome Ruggero Largaspada, detto "il Superbo", e nel 1159 fu concessa dal re Guglielmo il Malo al condottiero Nardino Camponeschi dopo che questi lo aveva ucciso in battaglia[27]. Detta blasonatura compare incisa anche nella cella, antica moneta medievale coniata dalla zecca aquilana sotto la direzione dei Camponeschi (1442-1443)[28]. Il colore argento del campo simboleggerebbe, tra i suoi attributi, la purezza, mentre i monti (o cime) farebbero riferimento a possedimenti montani, con l'azzurro atto a testimoniare i valori di giustizia e lealtà[29]. Altre versioni dello stemma presentano sei monti anziché cinque, i quali furono ripresi dalla famiglia dei Berardi, noti come Conti dei Marsi, sua casata di derivazione, ma con le cime di verde poste in campo d'oro invece che d'argento[30]. Ne esiste anche una rara versione con tre cime[31]. Lo scudo dei Camponeschi, di forma francese moderna, era sorretto con le branche da un leone con la testa posta all'interno di un elmo nobiliarecoronato d'oro, avente nel cimiero un'aquila coronata, emblema della città aquilana da essi governata[32].
Lalle di San Vittorino, primo membro del quale si ha notizia, attestato nell'anno 893[32];
Camponesco Camponeschi, vissuto nel 1146, ritenuto il capostipite[32];
Nardino Camponeschi, condottiero, cui nel 1159 il re Guglielmo il Malo concesse di utilizzare lo stemmad'argento ai cinque monti d'azzurro che costituiva l'arme di un capitano siciliano chiamato Ruggero Largaspada, detto "il Superbo", come ricompensa per averlo ucciso in battaglia[33];
Matteo Camponeschi[A 2], attestato nel 1283, cui fa capo la genealogia documentata[37];
Rinaldo Camponeschi, documentato verso la fine del XIII secolo, arciprete della chiesa di San Vittorino, dal quale derivò il patronimicoDell'Arciprete con cui sono indicati i Camponeschi vissuti in quel periodo[3];
Matteo Camponeschi, cavaliere e capitano di San Flaviano nel 1313[38];
Battista Camponeschi, cavaliere e capitano, noto per aver inflitto una pesante sconfitta ai Durazzo nel 1382[46];
Giampaolo Camponeschi, conte di Montorio, ciambellano e maresciallo[47];
Luigi I Camponeschi, anche denominato Ludovico I e soprannominato il Conte grasso per la sua corporatura, conte di Montorio e signore di Baiano, Dragoni, Marzanello e Roseto[15];
Vittoria Camponeschi, coniuge di primo matrimonio di Ludovico Franchi e in seconde nozze di Giovanni Antonio Carafa, dal quale ebbe Gian Pietro Carafa, futuro papa Paolo IV, cui trasmise per discendenza la contea di Montorio e i territori annessi; con lei ebbe termine nel XVI secolo il ramo principale della casata[18];
Diana Camponeschi, anche denominata Giovannella, consorte di Restaino Cantelmo, conte di Popoli[55];
Chiara Camponeschi, consorte del condottiero Restaino Caldora[56];
Ginevra Camponeschi, consorte di Luigi di Capua, 8º conte d'Altavilla, ai quali, in occasione delle nozze, lo scrittore aquilano Angelo Pico Fonticulano dedicò un'orazione manoscritta[57];
Nel corso della sua storia, la famiglia Camponeschi arrivò a possedere un totale di 5 contee e 67 signorie[62]. Di seguito è riportato un elenco non completo delle dimore da essa abitate[62]:
^Palazzo Cipolloni-Cannella (PDF), su cultura.regione.abruzzo.it (archiviato dall'url originale il 25 dicembre 2017).
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